A Como le terme romane più grandi

RIASSUNTO

Recenti studi hanno portato alla straordinaria scoperta che a Como, città natale di Plinio il Giovane in cui abbondano testimonianze di un diffuso culto romano delle divinità collegate al mondo acquatico, vi fossero in età imperiale le Terme fuori Roma più grandi di tutto l’Impero

 

ABSTRACT

Recent studies have led to the remarkable discovery that in Como, birthplace of Pliny the Younger in which abundant evidence of a widespread cult of the Roman god connected to the water world, there were the greatest baths of all the roman empire outside Rome.

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AUTORI

  • G. R. Marini

PAROLE CHIAVE

  • Como
  • Terme romane
  • Regio Insubrica

”Articolo”

Sembra proprio che la storia del termalismo nella “Regio Insubrica” (Comunità di Lavoro transnazionale comprendente le Province di Como, Varese, Lecco, Verbania, Novara ed il Canton Ticino)1 cominci nel I secolo d.C. a Como dove, in epoca romana imperiale, esistevano molti bagni pubblici e privati (almeno dieci), nonché un impianto termale “di straordinaria importanza, grandiosità e bellezza, che rivela il gusto sublime di chi lo aveva donato per testamento ai Comaschi, Plinio il Giovane”2.
L’esistenza di terme nell’antica Como è documentata, a partire dalla metà del I sec. d.C., da una epigrafe di Lucio Cecilio Cilone, parente del comasco Plinio il Giovane che dispose un legato di 40.000 sesterzi la cui rendita annuale doveva fornire ai cittadini, il 23 luglio di ogni anno durante le feste in onore di Nettuno, olio cosmetico per i giochi e gli stabilimenti termali e balneari della città (in thermis et in balinaeis omnibus quae sunt Comi)3; in un’altra epigrafe4, databile agli anni seguenti il 97 d.C., si trova riferimento specifico a Bagni Pubblici fatti edificare dallo stesso Plinio il Giovane che lasciò ben 500.000 sesterzi per la costruzione, l’ornamento e la manutenzione delle terme.5
Com’è noto, per gli antichi Romani le Terme erano un luogo di rilassamento, oltre che di relazioni sociali, in cui ci si ritemprava tra una battaglia e l’altra o dopo impegnative discussioni in Senato6; non era per questo esclusa la funzione terapeutica, per il concetto che si poteva avere a quel tempo, delle acque salutari sull’organismo che portavano ad un beneficio psichico e fisico7. Anche le acque comasche erano sicuramente sfruttate a scopo terapeutico e non soltanto balneare, come fa supporre la straordinaria diffusione in ambito lariano di divinità legate al culto delle acque; primi fra tutti Nettuno e i dii Aquatiles, venerati in un santuario forse termale8, che risultano documentati significativamente soltanto a Como e a cui un tale Caio Quarto Secundino dedica una lapide votiva pro salute et incolumitate9; oggetto di culto, in territorio lariano più che altrove, erano anche le Matronae, le Ninfe, le Linfe, le Vires, le Adganai, Silvano ed in particolare Dii et Deae aquarum10, tutte divinità coinvolte con le acque e le sorgenti.
In epoca recente, da scavi effettuati per lavori edili nel centro di Como, tra viale Lecco e via Dante11, in un’area esterna al tratto orientale delle mura, erano emersi nel 1971 i resti di una struttura pertinente ad un vasto complesso edilizio di età romana imperiale che poteva riferirsi proprio all’antico complesso termale (Fig. 1); era situato, secondo le regole dettate da Vitruvio, nel punto più solatio e riparato della convalle, nei pressi della porta principalis dextera lungo il torrente Valduce (Vallum ducis), che Cesare deviò nel 59 a.C. per costruire la colonia Novum Comum e da cui poteva certamente venire attinta l’acqua necessaria all’impianto, in tutta o in parte, forse anche da un’altra fonte autonoma delle 12 di cui parlò più tardi Paolo Giovio12 (Fig. 2).

Fig. 1

Fig. 1

 

Fig.2

Fig.2

La struttura, che occupava solo nell’area scavata una superficie di circa 1.500 metri quadrati, ma che si estendeva sicuramente anche nelle adiacenze, aveva una planimetria caratterizzata da otto ambienti contigui in cui era possibile individuare tre aule a pianta ottagonale (supposti calidari), due delle quali raccordate da un’aula biabsidata, e da altri locali rettangolari (supposti frigidari) che richiamavano l’architettura monumentale con andamento mistilineo che trova le sue origini nella Domus Aurea di Nerone (Fig. 3). La datazione di costruzione del complesso era pertanto verosimilmente inquadrabile all’incirca tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C.13, epoca in cui cominciò ad affermarsi l’architettura monumentale mistilinea; tra i reperti vi erano tessere musive, tracce di condutture, mattoni pertinenti a suspensure, frammenti di tubuli, etc.
La vastità delle sale e le dimensioni del complesso (gli ottagoni hanno una larghezza rispettivamente di m 25, 22,40 e 20,30, le pareti hanno uno spessore che va da m 1,20 a ben m 3,20, lasciando presupporre una imponente copertura a volte) facevano supporre già allora che si trattasse di un edificio pubblico, mentre l’impianto simmetrico ad esagoni e la presenza di tracce di condutture passanti attraverso i muri a quote differenti sotto il livello del pavimento, sembravano confermare l’ipotesi che si potesse trattare delle terme extraurbane che presumibilmente costituivano il complesso termale annesso alla biblioteca dedicata da Plinio il Giovane, comense di nascita, alla città.14

Fig.3

Fig.3

 

Ancora più recentemente la prosecuzione degli scavi nell’area più ad Ovest tra il 2006 e il 2008, diretti dalla dottoressa Stefania Jorio della Sovrintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia15 e condotti dagli archeologi Paul Blockley Lucia Ventura e Nicoletta Cecchini, ha fornito elementi per una definizione cronologica più puntuale ed una comprensione più specifica delle funzioni del complesso rispetto alla topografia urbana del tempo ed ha portato ad una più sicura identificazione della struttura con il complesso termale che Plinio il Giovane donò ai suoi concittadini.
Infatti su una superficie complessiva indagata di oltre 2800 metri quadrati sono stati individuati ben 21 ambienti, tra aule absidate, corridoi, ambulacri e zone di servizio, e portati alla luce un lungo porticato a volta con un accesso ad arco che dava verso l’interno e frammenti di impianti di riscaldamento (“suspensurae” e “tubuli”), oltre a centinaia di frammenti di affreschi di pareti e soffitti raffiguranti elementi geometrici e motivi vegetali ed animali, lastrine di marmo e tessere di mosaico, molte ceramiche di uso quotidiano, vetri ed olle di produzione locale; l’impianto, vasto e molto articolato, rivela almeno due fasi costruttive (datate rispettivamente alla seconda metà del I secolo d.C. e attorno alla metà del II secolo d.C.), in muratura di pietra moltrasina conservatasi in alcuni punti fino ad un’altezza di due metri e mezzo, verosimilmente per gli effetti di una grossa esondazione del torrente Cosia che, deviando dall’attuale zona di San Martino e defluendo verso il lago, aveva investito l’edificio lasciando tracce dei propri detriti ancor oggi geologicamente ben riconoscibili.16

Ma, se è vero che a partire dal I sec. a.C. le Terme pubbliche (le prime risalgono ad Agrippa nel 25-20 a.C.) erano strutturate secondo uno schema fisso, ovvero: Palestra (locali di iniziale riscaldamento), Calidarium (ambiente riscaldato fino a 60°), Laconicum (vera e propria sauna), Tepidarium (ambiente moderatamente riscaldato), Frigidarium (locali per il bagno freddo), Elaeothaesium (sala per unzioni e massaggi), Natatio (vera e propria piscina), Apodyteria (vestiboli e spogliatoi), oltre a latrine, praefurnium (caldaia), cisterne per l’acqua, portici, etc., allora l’ingombro dell’edificio potrebbe essere addirittura duplicato o triplicato!
E proprio per questo, riguardo alle antiche terme romane di Como, secondo il parere del compianto professor Giorgio Luraschi17, già docente di Diritto Romano all’Università degli Studi dell’Insubria e Direttore della “Rivista Archeologica” della Società Archeologica Comense che per primo fece questa ipotesi18, siamo di fronte ad un complesso di dimensioni enormi che doveva essere pari all’attuale Duomo di Como; possiamo ipotizzare che coprisse un’area tra i 4.000 e gli 8.000 metri quadrati, un edificio che ha pochi paragoni in Italia, più grande delle terme di Pompei e di quelle di Leptis Magna (Libia)19.
Purtroppo l’area di questa straordinaria scoperta era destinata già da tempo alla edificazione di un autosilo multipiano che tuttavia è stato per fortuna sapientemente costruito su palafitta in modo da lasciare tutto in vista, illuminato e con possibilità di discesa (Fig. 4); i resti romani sono infatti visitabili mediante un percorso realizzato in parte tramite passerelle sopraelevate ed in parte direttamente a livello di calpestio dell’epoca romana, con due vetrine espositive che contengono alcuni reperti dello scavo. Con la creazione di un vero e proprio grande museo all’aperto è stata così meritoriamente valorizzata questa incredibile testimonianza della vita romana a Como e dell’antico termalismo dell’Insubria.

Fig. 4

Fig. 4

”Bibliografia”

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